Dieci milioni di italiani hanno sognato, almeno una volta, di allenare la nazionale di calcio. Io sono meno ambizioso. Mi accontenterei di fare il Ministro dell’Istruzione
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La sovracoperta del libro
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Sono il nuovo ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Prima di me si sono succeduti in viale Trastevere tanti altri Ministri, intenzionati a cambiare la scuola italiana. Ognuno di loro aveva un’idea alla quale era particolarmente affezionato: abolire gli esami a settembre (D’Onofrio); rimettere gli esami a settembre (Fioroni); riformare gli esami di maturità (Berlinguer), riformare la riforma degli esami (Moratti); introdurre il modulo dei tre maestri per due classi nelle scuole elementari (Mattarella); tornare al maestro unico (Gelmini). E poi chi si preoccupava dei grembiuli degli alunni, chi dell’educazione stradale; chi rivalutava Dante e chi riscopriva le tabelline, chi si occupava di educazione sessuale , chi amava i giudizi e chi ripristinava i voti, lo statuto degli studenti e il cinque in condotta…
Non sarebbe giusto liquidarli come argomenti di nessun conto. Ma è difficile cancellare la sensazione che sia un “parlar d’altro”, un cimentarsi con piccole questioni marginali, spesso puramente nominalistiche, un “gattopardesco” cambiare i nomi delle cose, lasciando tutto immutato. E che i problemi veri non si affrontino: non si riesce, non si vuole, non si può. Non si può perché la scuola è ormai da anni un tema di scontro politico.
L’ultima stagione di riforme risale agli anni ’60, all’introduzione della scuola media unica, e poi alla stagione dei decreti delegati e degli organi collegiali. Riforme che – benché abbiano prodotto risultati non all’altezza delle speranze – avevano saputo suscitare un profondo dibattito nella scuola e sulla scuola, un fermento di discussione, di ricerca di sperimentazione di partecipazione. I decenni successivi furono una serie interminabile di tentativi abortiti: la lunga stagione delle sperimentazioni (eterne e mai soggette a verifica), le tante, troppe riforme – non sostanziali – degli esami di maturità, l’invasione delle mille “educazioni”. Educazione stradale. Educazione sessuale (anzi, no, educazione all’affettività e alla sessualità, è più politicaly correct), Educazione alla pace. Educazione alla legalità. Educazione alimentare. Educazione alla sicurezza, tabagismo, alcolismo, droghe leggere, pesanti Dipendenze, prevenzione. Anoressia, bulimia (pedofilia?). Disagio giovanile. I tentativi, timidi, di modificare ruolo e formazione di docenti e dirigenti, la riforma dell’università, l’accorpamento delle unità scolastiche… tanti tentativi, guidati a volte dalla necessità di contenere una spesa ormai fuori controllo, a volte dalla generosa illusione di cambiare dall’interno, influenzando la didattica con la modifica degli esami, scardinando vecchie strutture con nuovi strumenti, l’informatica, le educazioni, i progetti, in una scuola che non riusciva ad essere riformata dalla politica.
Oggi siamo all’allarme rosso. I rapporti OCSE segnalano che i livelli di formazione dei nostri alunni sono agli ultimi posti tra i paesi europei. Rispetto ai traguardi che il Consiglio Europeo di Lisbona aveva stabilito come obiettivi da raggiungere entro il 2010 siamo drammaticamente indietro; anzi, si è registrato un peggioramento tra il 2000 e il 2006, persino per quanto riguarda le capacità elementari di lettura. Non si è realizzato l’innalzamento dell’obbligo. La dispersione e l’insuccesso continuano: il 20% dei giovani non raggiunge il diploma, con costi sociali ed economici insostenibili. Non esiste una selezione di giovani talenti, e tantomeno luoghi di ricerca per coltivarne le competenze e la creatività. Gli studenti universitari continuano a laurearsi più tardi dei loro compagni europei. Non si è fatto nulla nel campo dell’apprendimento permanente. Insomma, non siamo messi bene.”
Sono le prime pagine del libro. Se avrete la pazienza di proseguire la lettura, potrei convincervi che è possibile cambiare la scuola italiana, renderla più efficace, rispondere ai bisogni dei ragazzi e delle famiglie, e insieme valorizzare gli insegnanti, ricostruire il loro ruolo sociale, e aumentarne in modo significativo la retribuzione. Tutto senza metterci un euro.
” Cercherò di spiegare dove e quanto si può risparmiare nella scuola, senza perdere in qualità, senza ridurre il servizio, senza creare, come si ripete in modo rituale e ormai stucchevole, “scuole di serie A e di serie B”. Indicherò anche come e dove reinvestire quello che si risparmia per migliorare la scuola italiana.
Insomma: risparmiare sulla spesa scolastica, migliorando la qualità della scuola e aumentando la retribuzione dei docenti. Un miracolo, un’idea folle, la quadratura del cerchio? O le solite promesse elettorali di un aspirante ministro?
Eppure si può. Proverò a spiegare come nelle pagine che seguono.”
