Noncurante dei precari alle porte, Claudio Cremaschi, 62 anni, già preside in città dell’Itc Belotti (e ora in pensione ma non in disarmo), non ha dubbi: nella scuola italiana ci sono almeno 300 mila docenti di troppo, il rapporto docenti/studenti è di uno a 10 contro uno a 15 della media europea, i soldi basterebbero se fossero spesi bene, gli insegnanti godono di 15 settimane di vacanza all’anno, le scuole di montagna non hanno più senso, si dovrebbe far scuola tutto l’anno con meno ore nel banco. Detto da uno che è stato anche sindacalista (distaccato), non è poco. Tutto scritto nel libro «Malascuola – ovvero se io fossi il ministro dell’istruzione raddoppierei lo stipendio agli insegnati (e altri rimedi meno piacevoli)» uscito in questi giorni da Piemme (pp. 304, euro 17,50; sito www.malascuola.it). Dove Cremaschi, calcolatrice alla mano, smonta tutti i luoghi comuni del sindacato.

I suoi ex colleghi potrebbero non apprezzare il fatto che si svelino tutti i trucchi del mestiere.
«Non dico niente di nuovo, metto solo in fila tutti i dati e tiro le conclusioni. La scuola è costruita per l’occupazione, non per l’istruzione. I dati dell’Ocse dicono che la nostra spesa per studente è la seconda al mondo. I risultati sono tra i più bassi nonostante un numero di ore tra i più alti al mondo. È una scuola che serve a garantire posti».
I precari ringraziano
«Il problema del lavoro c’è, ma non può essere caricato sulla scuola. La scuola per rivivere deve eliminare gli eccessi di personale e aprire a insegnanti giovani e preparati. Se la scuola non attira i cervelli ambiziosi e capaci, restano solo chi non ha trovato alternative e le mamme. Perché, è antipatico dirlo, ma la scuola è un buon part time».
Il ministro Gelmini la bacerà in fronte.
«Il ministro ha fatto tagli sul modello didattico, e questo è sbagliato. È invece legittimo dire ai dirigenti: io ti do tot soldi e tu li gestisci con autonomia e responsabilità. Le risorse vanno date parametrate al numero di alunni e non delle classi».
Ma la classe è ancora l’unità di misura di tutta l’organizzazione scolastica.
«Infatti i trucchi aritmetici per farne risultare di più sono infiniti, perché più classi ho, più soldi ho. Un alunno iscritto può fare molta differenza per i docenti».
Allora come si ottimizza?
«Si prendono le tabelle demografiche, si calcola il fabbisogno dei docenti e di conseguenza i corsi universitari per preparali diventano a numero chiuso. Nella scuola non c’è posto per tutti. Già questa consapevolezza eliminerebbe i non motivati e col numero sfoltito i futuri docenti potrebbero essere preparati bene. Inoltre gli insegnanti a fine carriera dovrebbero essere usati come tutor dei giovani docenti: oggi il mestiere non viene tramandato e ogni insegnante ricominciare da capo, facendo gli stessi errori sulla pelle dei ragazzi. Non ignoro il problema dei precari attuali, ma, stabilito dove si vuol arrivare, compito della politica è anche gestire le transizioni con tutti i compromessi del caso».
Si parla di carriera per gli insegnanti. Se fosse ministro con cosa la pagherebbe?
«Con i soldi risparmiati razionalizzando l’orario scolastico. Il tempo è denaro: da noi si lavora 200 giorni, negli altri Paesi europei la scuola è aperta in media 38-40 settimane l’anno. Se fossi ministro aprirei la scuola cinque giorni, sabato libero, e per quattro settimane in più. Ore di scuola uguali, ma divise meglio allo stesso costo. Poi: le ore di scuola sono pagate per 60 minuti, ma durano meno: 50, 55 minuti perché sono troppe e i ragazzi non le reggono. Riunendo tutti i minuti persi, avanza il 10% dei docenti. Nelle superiori il risparmio sarebbe di un miliardo l’anno».
Sono proprio 15 le settimane di ferie del personale della scuola?
«Ci sono solo 36 giorni di ferie contrattuali, ma gli esami impegnano solo un terzo dei docenti e nelle vacanze degli studenti nessun collegio docenti programma attività. Se vogliamo una carriera, occorre fare un lavoro a tempo pieno, magari con gli insegnanti migliori pagati di più e mandati nelle situazioni più difficili».
Se fosse ministro lei spazzerebbe via plessi sottodimensionati e piccole scuole?
«Esatto. Costose, inefficienti, con poca possibilità di scambio per i ragazzi. Se in montagna serve un centro culturale, facciamolo, ma non confondiamolo con la scuoletta».
Comincerebbe la scuola a 5 anni e finirebbe a 17.
«Con un quinto anno alle superiori per chi vuol prepararsi per l’università».
Programmi più essenziali?
«I testi scolastici all’estero sono molto più smilzi, da noi si tiene tutto: alle medie l’algebra non è più in programma e si continua a farla… Così il tempo non basta mai. Meglio proporre corsi di livello differenziato e certificare le competenze raggiunte. Modello corsi di sci Cai: ognuno impara fin dove riesce, sta nella classe adatta, non si scoraggia, procede e non abbandona».
Il livello di competenza sganciato dal salto a canguro collettivo della classe?
«Nelle superiori di sicuro, sarebbe il migliore orientamento. E poi sostegno vero, anche economico, al merito. I cervelli trainano un Paese: senza, affoghiamo».
S. P.

